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Leggiamo il teatro・La cacciata della verità in Goldoni e Wilde (parte 1): La bottega del caffè

 
La bottega del caffè e Lady Windermere's Fan: la cacciata della verità

Carlo Osvaldo Goldoni

Un altro dittico per questa rubrica. Anche questa volta, un confronto fra due opere distanti nello spazio e nel tempo: La bottega del caffè (1750) di Carlo Goldoni e Lady Windermere's Fan (1892) di Oscar Wilde. Ma c'è ovviamente un elemento che le accomuna e che costituisce la giustificazione di questo confronto: la cacciata della verità.

La bottega del caffè, in tre atti, nasce da un intermezzo del 1736 dello stesso autore. È considerata fra le opere di maggior successo di Goldoni (Venezia, 1707 - Parigi, 1793), il commediografo artefice della Riforma del Teatro con l'abbandono progressivo delle maschere fisse della Commedia dell'Arte, l' estemporanea Commedia, come lui la definisce nella dedica de' La bottega del caffè al conte Lodovico Widiman.

Trama
La commedia si svolge nell'arco di una giornata nel perimetro di una piazza veneziana, sulla quale si affacciano la biscazza (casa di gioco) di Pandolfo, la bottega di un barbiere, una locanda, la casa della ballerina Lisaura e la caffetteria di Ridolfo. 

Quest'ultimo è un vero brav'uomo animato da un sollecito altruismo, che lo porta a prendere a cuore le sorti dello scapestrato Eugenio, che sperpera il suo denaro colle carte, e del conte Leandro Ardenti (in realtà un birbone torinese), che ha promesso di sposare la bella Lisaura. 

I due giovani sacrificano i loro matrimoni al vizio e le mogli, rispettivamente Vittoria e Placida, li rincorrono disperate. Se Ridolfo cerca di venire incontro a tutti e di riportare sulla retta via soprattutto Eugenio, don Marzio invece, un curioso nobile napoletano che campa d'usura, non riesce a trattenersi dal raccontare ai quattro venti sventure e malefatte degli altri. 

A causa sua si vengono a creare diversi fraintendimenti (seguendo, con originalità, il motivo dei malintesi già proprio della commedia antica greca e romana) che allontanano le coppie e mandano all'aria i tentativi di ricongiungimento in cui si impegna Ridolfo. Il tutto è poi complicato da Pandolfo, il biscazziere spregiudicato che non si fa problemi vedendo i poveri giovani rovinarsi ai suoi tavoli.

Alla fine però tutto si risolve: Pandolfo, per merito inconsapevole di don Marzio e della sua lingua senza freni, viene arrestato, mentre le coppie ritrovano la loro complicità grazie al paterno intervento di Ridolfo. 

Ed eccoci alla conclusione dell'opera: una dopo l'altra le botteghe chiudono le loro porte all'incredulo don Marzio, costretto così a ritirarsi altrove. 

Riflessioni
In Don Marzio finisce per identificarsi l'origine dei mali dei personaggi. Colui che rivela gli oscuri segreti altrui ne macchia la reputazione: colpisce, cioè, il bene più prezioso di ciascuno secondo la morale della classe borghese emergente, morale ben spiegata dalle parole di Ridolfo:

  RIDOLFO (a Leandro):  Bravo; così mi piace: chi intende la ragione fa conoscere che è uomo di garbo; finalmente in questo mondo non abbiamo altro che il buon nome, la fama, la riputazione.
Atto III, scena XV

Nonostante don Marzio sia caratterizzato come un uomo egoista e quasi senza compassione, oltre che come incapace di essere un sicuro confidente (tratto in cui risiede la sua comicità), la sua voce indiscreta sembra essere quella della coscienza degli altri personaggi. I suoi modi sgarbati e presuntuosi lo rendono inviso a tutti, lo sguardo malizioso che rivolge alla realtà lo spinge a continue accuse; accuse che, seppur false, hanno spesso un fondamento nelle intenzioni dei personaggi accusati: ad esempio Eugenio, che secondo don Marzio avrebbe una tresca con la Pellegrina che gli chiede aiuto (è la moglie di Leandro, Placida, travestita e giunta a Venezia alla ricerca del marito), sembra progettare proprio quell'infedeltà quando propone di invitarla al pranzo che sta per tenersi insieme a don Marzio, Leandro e Lisaura:

  EUGENIO: Ma dice la canzone: « L'allegria non è perfetta, quando manca la donnetta ».
  RIDOLFO (da sé): (Anche di più vuol la donna!).
  DON MARZIO: Il signor conte potrebbe far venire la ballerina.
  LEANDRO: Perché no? In una compagnia d'amici non ho difficoltà di farla venire. 
  DON MARZIO (a Leandro): È vero che la volete sposare?
  LEANDRO: Ora non è tempo di parlare di queste cose.
  EUGENIO: Ed io vedrò di far venire la pellegrina.
Atto II, scena XV

Ma perché affidare il ruolo di portavoce della verità ad un uomo così fastidioso e indiscreto? Goldoni ama ironizzare sulla nuova società che si andava formando nel XVIII secolo, è un elemento che ritroviamo in tutta la sua produzione e che in essa di sviluppa. Ma non è un'ironia fine a se stessa, né è l'obiettivo di Goldoni: l'autore la usa semplicemente per rendere gradevole i suoi quadri di scene reali. 

La sua Commedia è paragonabile alla Pittura di genere in voga nel secolo precedente in ambiente olandese. Si pensi a Due gentiluomini con una fanciulla e bicchiere di vino di Vermeer: uno spettatore contemporaneo si dilettava della vista del quadro (come noi del XXI secolo), ma vi leggeva anche un riferimento al problema della fedeltà coniugale, tema molto caro alla società olandese del tempo. Stesso atteggiamento nei confronti della società lo si può riconoscere in un dipinto di Pietro Longhi, pittore veneziano dei tempi di Goldoni: Il ciarlatano (1757). 

Jan Vermeer, Due uomini e una fanciulla con bicchiere di vino (1659 - 1660 ca.)

Pietro Longhi, Il ciarlatano (1757)

Similmente, possiamo così immaginare che le commedie goldoniane, con la loro vivace, intrecciata, ma pur franca messa in scena dei tratti tipici dell'emergente classe borghese del '700, aprissero gli occhi del pubblico sul proprio mondo, senza però che si sentisse oggetto di nessun attacco. Facendolo ridere, piuttosto. Ridere di sé stesso.

Per questo, per mantenere stretto il legame col suo presente, Goldoni sceglie don Marzio come portatore della coscienza individuale. Perché il borghese perbene si senta al sicuro, è necessario che la verità gli venga detta da un personaggio privo di ogni nobiltà, se non quella di un titolo decaduto (altro riferimento alla contemporanea situazione dell'aristocrazia).

Ma è la mossa finale che ci stupisce ancor di più. Con la cacciata di don Marzio - il cui contrappeso è rappresentato da Ridolfo, un personaggio la cui saggezza viene comunque notata come quasi eccessiva da Eugenio stesso, che non tarda però a rimproverarsi il suo malpensare - Goldoni sembra sfruttare un meccanismo di condizionamento psicologico: nel momento in cui la maggioranza si coalizza contro un singolo (don Marzio in questo caso), è in agguato il rischio che lo spettatore si riconosca nel singolo stesso. È facile cedere alla tentazione di sentirsi un capro espiatorio; questo Goldoni sembra saperlo molto bene. E sembra anche lasciare volontariamente via libera al rischio.

  DON MARZIO: [...] Ho perduto il credito, e non lo riacquisto mai più. Anderò via di questa città; partirò a mio dispetto, e per causa della mia trista lingua mi priverò d'un paese in cui tutti vivono bene, tutti godono la libertà, la pace, il divertimento, quando sanno essere prudenti, cauti ed onorati. (Parte).
Atto III, scena XXIV


Tutto ciò è ovviamente frutto di un'osservazione personale. Non so se Goldoni abbia davvero avuto queste intenzioni, ma io vedo in don Marzio, alla fine della commedia, la personificazione della coscienza collettiva (non più individuale, perché ormai è la collettività in gruppo a rifiutare don Marzio). Ad andar via è l'unico che ha sempre svelato la verità, anche quando così non sembrava. Ma nessuno appare interessato a scoprirla al costo della tranquillità.

Nel prossimo post, dedicato alla commedia di Wilde Lady Windermere's Fan, si parlerà di come anche lì la verità venga rifiutata, di come essa stessa si allontani volontariamente e del perché di questo sacrificio.



 Riferimenti:
 Carlo Goldoni, La bottega del caffè, Biblioteca Universale Rizzoli, gennaio 1958 - Milano



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