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Fëdor Dostoevskij・L'idiota (riflessioni)

 

Quando ci si trova a voler scrivere su un'opera dal valore universale, non si può far altro che tentare di esprimere l'immagine con cui, tramite la lettura, l'opera stessa si sia impressa nell'angolo riservato alle sensazioni. L'idiota, più chiaramente, non è un romanzo di cui propongo una recensione. Mi limito a registrare delle riflessioni senza pretese, se non quella di rimettere ordine alle idee che ogni lettura lascia più o meno scompigliate. Il retrogusto della lettura.


Scritto fra il settembre 1867 e il gennaio 1869 durante l'esilio per debiti che Fëdor M. Dostoevskij trascorse spostandosi per l'Europa, L'idiota ha per protagonista l'epilettico principe Lev Nicolaevič Myškin, tornato in Russia dopo un lungo periodo di cure in Svizzera. Il tratto distintivo del principe è, apparentemente, la sua ingenuità, unita al facile abbandono al fervore delle emozioni, ciò che appunto lo trascina, nei casi più estremi, a crisi epilettiche precedute da istanti descritti con la pienezza di una sincera esperienza - quale è naturale aspettarsi d'altronde dall'autore, egli stesso vittima di attacchi del genere. 

Ma tutto ciò non esaurisce la sostanza del protagonista: anzi, se si volesse definire in breve il principe, non si potrebbe trovare modo migliore e più esatto dell'accostargli l'aggettivo buono. Una bontà paradossale, eppure del tutto spontanea. Una bontà che si dimentica di sé stessa. Non si riesce nemmeno a dire in tutta tranquillità che il principe si sacrifichi in qualche modo, tanto è il disinteresse per sé nel quale la bontà, prese le sembianze elevate e fatali della pietà, lo tiene immerso.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Ammetto di non essere in grado di descrivere la trama per accenni, quanto meno in modo adeguatamente esaustivo: non saprei cosa preferire a cosa. Questo mi porta a riconoscere che il romanzo si regga, strutturalmente, su uno scheletro di rimandi ed anticipazioni che direi denso. Come riscontro di ciò, porto ad esempio i numerosi capitoli le cui premesse trovano spazio solo nel capitolo successivo. Uno scambio di piani temporali che Dostoevskij compie sicuramente restando fedele alla missione della stesura, ossia senza rendere il romanzo una semplice occasione per praticare lo scambio stesso; ma non credo sia impossibile che da questo efficace gioco abbia tratto un personale piacere. Chi non lo proverebbe, se si accorgesse che la realtà è, pur solamente nella dimensione della narrazione, plasmabile?

La realtà suscita una certa ansia in tutti i personaggi. C'è chi la camuffa, chi la trasforma, chi la inventa, chi la deride: tutti la temono per la sua ricchezza di dettagli, che spesso si rivelano all'improvviso, a beffarsi della trepidazione con cui i personaggi stessi - e con loro a volte anche il lettore - cercano di intuirli. Una realtà piena, quella de' L'idiota. Piena non solo di avvenimenti, ma anche di intensità ed esasperazione del vissuto. 

Il fervore, la caparbietà, l'accecamento con cui ogni carattere si mette in scena li sospetto come tipici della gente russa, almeno della gente russa del XIX secolo, stando alla letteratura. In questo, però, Dostoevskij è come se riconoscesse la possibilità di un pericolo, quello di mettere su un romanzo poco verosimile. Nello specifico, il rischio giace proprio in quei personaggi più singolari, che spesso affascinano gli scrittori e i lettori e senza i quali, onestamente, credo che mancherebbero non pochi capolavori. Ecco uno dei non rari interventi diretti dell'autore/narratore:

Nei romanzi e nei racconti, gli scrittori fanno di tutto per scovare dei "tipi" particolari di persone e per rappresentarli in modo artistico e pittoresco; ne vengono fuori delle persone quasi impossibili da incontrare nella realtà ma che, allo stesso tempo, riescono a essere più reali della realtà stessa.
Parte quarta, capitolo I


Il pericolo starà quindi nell'assurdità di raccontare la realtà tramite persone che riescono ad essere più reali della realtà stessa; soprattutto, mi sembra, ci si chiede se ciò sia legittimo. Ecco cosa dice Dostoevskij alcune righe dopo:

Escludere dalla narrazione le persone ordinarie, infatti, non è possibile, perché le persone ordinarie costituiscono lo zoccolo duro di tutti gli avvenimenti quotidiani: trascurandole, si verrebbe a rompere qualunque verosimiglianza. [...] Secondo noi, lo scrittore deve sforzarsi di trovare delle sfumature interessanti e istruttive anche fra i personaggi che non hanno nessuna caratteristica capace di renderli tali.
Parte quarta, capitolo I 


Una preziosa riflessione sul proprio modo di operare, una dichiarazione del rapporto che l'autore sceglie di tenere con la realtà. Un rapporto dietro il quale mi piace leggere una sincera attitudine ad ammirare l'Individuo.

Il tono del romanzo, gli eventi, i personaggi sono improntati alla varietà. In particolare il tono sortisce un effetto che mi ha colpito più volte. Anche nel descrivere i momenti di più alta disperazione, di massimo sconforto, non si rinuncia a portare sotto gli occhi del lettore elementi che stridono con tali atmosfere, producendo quella che sembra essere un'ironia ricamata per tutta la tela del racconto. Ecco, ad esempio, come il lettore viene rassicurato sulla salvezza dello sconfortato ed esausto principe, che poco prima ha confessato la sua morte imminente, tanto è il peso della situazione che gli grava sulle spalle:

Malgrado quello che aveva detto, il principe, prima del suo matrimonio, non morì né dormendo né restando sveglio. 
Parte quarta, capitolo X 


La scelta stridente del tono non toglie nulla alla serietà di ciò che viene affrontato e, quindi, a quella del romanzo stesso. Anzi, l'ironia che nasce dalla constatazione oggettiva della realtà, che in alcuni casi sarebbe inaccessibile al lettore (si considerino le movenze di un personaggio che parla) senza il tramite del narratore, rende il racconto un resoconto completo della realtà. Se non proprio completo, almeno tracciato con palpabile onestà. Ecce Homo sembra echeggiare fra le righe. D'altronde, Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il Giovane, osservato e ricordato da alcuni personaggi, potrebbe anche rappresentare un ideale punto di partenza di questa eco.

Il corpo di Cristo morto nella tomba, Hans Holbein il Giovane, 1521

In conclusione, ritorno alla bontà. Riguardo al principe Myškin si ripete, in giro, che sia da considerare un Cristo del XIX secolo. Un paragone che quasi mi sento costretto ad ammettere, se poco più su ho posto l'accento sul chiaro riferimento alla Deposizione (più precisamente, il dipinto di Holbein ritrae il corpo di Cristo nel periodo compreso fra la Deposizione e la Resurrezione). Ma la bontà, la pietà, che senso ha conseguirle a tutti i costi in una forma così alta, così distruttiva?1


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Note:
1. Il perché io definisca "distruttiva" la forma della bontà e della pietà così come si manifestano nel principe Miškin sarà chiaro a chi avrà letto l'opera.


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