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Leggiamo il teatro: Shakespeare e Pirandello pt.1

Riccardo II ed Enrico IV


Riccardo II
L'identità dell'individuo, il suo ruolo nel mondo, l'imprevedibilità del destino, il bisogno di eluderlo. Possiamo immaginarli come le cifre di un fattore comune. E, proprio come in aritmetica, ci serviremo di questo fattore comune - lo metteremo "in evidenza" - per rendere riconoscibile il tratto di familiarità che avvertiamo fra autori così lontani, sicuramente diversi, ma entrambi massimi araldi d'Umanità.

La consapevolezza di tale affinità viene dalla lettura ravvicinata di due delle loro opere più significative: Riccardo II di William Shakespeare ed Enrico IV di Luigi Pirandello. Cosa isoleremo, cosa prenderemo come campione da ciascun dramma? Dal primo, il celeberrimo monologo di re Riccardo in prigione (atto V, scena V); dal secondo, le irruenti battute che il protagonista rivolge alla sua "corte" nell'unico momento della loro intimità che ci è dato spiare (atto II).

Questo primo post sarà dedicato alla riflessione sul passo scelto del Riccardo II.

The life and death of King Richard the Second ci rende, in realtà, spettatori soltanto degli ultimi anni di vita del sovrano (che visse tra il 1367 e il 1400). Tragedia del 1595 circa, facente parte della tetralogia che comprende Enrico IV parte I, Enrico IV parte II ed Enrico V, è una delle poche del bardo ad essere interamente in versi.

Potremmo spiegarci questa scelta come imposta dalla qualità dei personaggi, per la gran parte membri della più alta aristocrazia - molti scaldati dal sangue regale dei Plantageneti -, e dalla portata sacrale di ciò che nella tragedia si compie. Il giovane re, abbandonato alle frivolezze della vita, si attira l'inimicizia di parenti e non. L'ostilità contro il sovrano raggiunge il culmine quando Riccardo risolve un contenzioso fra due importanti membri della corte, tra cui il cugino Enrico Bolingbroke, esiliando entrambi. Proprio il cugino, approfittando di una temporanea assenza del re, mette in atto un complotto che in breve ottiene i consensi di quasi tutti i potenti del regno. Inizia quindi una sorta di processo: l'inviolabilità dell'autorità del sovrano unto, il diritto dinastico, è chiamato in causa dal diritto di forza.

Not all the water in the rough rude sea /Can wash the balm off from an anointed king [Neanche tutta l'acqua del pericoloso e potente mare può lavare via il sacro crisma da un re unto] (atto III, scena II). Ma sta proprio qui la rottura col passato che questo dramma ci mette sotto gli occhi: non basta la benedizione di Dio per essere (e, soprattutto, per essere fino alla morte) il legittimo sovrano. Riccardo II, ormai monco degli arti senza cui nemmeno la divinità può agire i suoi miracoli, viene deposto e imprigionato.

Fatta questa rapida premessa (il web è pieno di sinossi più dettagliate, qualora non si voglia sfogliare direttamente il testo dell'opera) leggiamo - in una traduzione che purtroppo non è capace di estendersi anche alla forma metrica della sezione, e che offrirà quindi soltanto una versione letterale, nel limite del possibile, del senso del testo - le parole del re in cella, dove sembra essere precipitato direttamente dalla sommità del trono.

Continuo a riflettere su come possa io paragonare
questa prigione dove vivo al mondo:
e poiché il mondo è popoloso
e qui non c'è altro essere che io stesso,
non riesco a farlo: pure, batterò ancora il chiodo.
La mia mente la farò essere la femmina del mio animo,
il mio animo il maschio; e questi due daranno vita
ad una generazione di pensieri che si procreeranno a loro volta,
e questi stessi pensieri popoleranno questo piccolo mondo,
in agitazione come la gente di questo mondo,
perché nessun pensiero è contento. Quelli di miglior sorta,
come i pensieri delle cose divine, sono frammisti
agli scrupoli e mettono la parola stessa
contro la parola:
così come "Venite, piccoli", e poi ancora,
"È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago".
I pensieri inclini all'ambizione, loro tramano
prodigi impossibili; come che queste inutili deboli unghie
possano scavare una breccia attraverso le nervature rocciose
di questo mondo duro, le ruvide mura della mia prigione,
e, poiché non possono farlo, muoiono nel loro stesso orgoglio.
I pensieri che tendono alla rassegnazione consolano sé stessi
di non essere i primi schiavi della sorte,
e che non saranno gli ultimi; come i ridicoli mendicanti
che, seduti in ceppi, fuggono la loro vergogna,
ché in molti sono già stati lì ed altri ancora vi staranno;
e in questi pensieri trovano una sorta di sollievo,
portando le proprie disgrazie sulla schiena
di quelli che le hanno sopportate prima.
Così, io faccio più persone in una,
e nessuna contenta: a volte sono re;
poi il tradimento mi fa desiderare di essere un mendico,
e lo divento: allora la povertà soffocante
mi convince che stavo meglio da re;
e sono di nuovo re: e via via 
penso che sono stato detronizzato da Bolingbroke,
e subito non sono niente: ma qualunque cosa io sia,
né io né qualsiasi uomo che non è altro che un uomo
sarà lieto di nulla, finché egli sarà liberato
con l'essere nulla.
W. Shakespeare, Riccardo II, atto V, scena V

Riccardo II (ritratto immaginario)
Riccardo è incapace di non pensarsi, gli è impossibile non darsi un'immagine di sé stesso. Quando viene convocato per ufficializzare la sua deposizione, chiede che gli sia portato uno specchio (atto IV, scena I), ansioso di scoprire quale trasfigurazione si accompagni alla privazione del proprio ruolo, del proprio personaggio. L'idea di sé è una convinzione intorno a cui il re e il suo regno hanno costruito la vita stessa del sovrano. 

Riconoscere quell'idea come una prigione - è l'unico paragone, implicito per altro, che Riccardo riesce a fare, mentre si propone quello col mondo fuori dalla fortezza - è un rimedio immediatamente neutralizzato dall'incapacità di non essere, di essere uno sconosciuto alla propria persona. L'identità è un macigno a cui si è legati da un nodo visibile in tutto il suo deturpato, insolvibile groviglio. 

Di lì a poco, Riccardo verrà assassinato. Continuando ad osservare la tragedia ponendoci all'altezza di Riccardo stesso, provando cioè a considerare il significato che la vicenda assume leggendola tramite questo personaggio, la morte del fu re appare come un rigurgito del mondo, una depurazione dalle scorie. L'olio sacro è irrancidito. Riccardo non susciterebbe nessun conato nelle viscere dell'esistenza solo se fosse disposto al riciclo. Al riciclo dell'identità esausta in una nuova, ignota, che non si può scegliere. Le mani di Dio non sanno star ferme, sono impegnate in un eterno impasto. 

Il processo di cui si parlava sopra, dunque, si conclude con una duplice sentenza emessa - evidentemente - dalla sorte per bocca dei fatti: 

- il trono è del più forte, non di chi ne ha diritto per nascita, e nemmeno per giustizia, dato che Enrico Lancaster (adesso Enrico IV), cugino del re, è andato oltre il giusto fine di riprendersi ciò che gli spetta per sangue; 

- al mondo non c'è spazio per una vera, unica identità.

Per conservare il proprio posto, quindi, sembrerebbe essere necessario un abbandono dell'identità, una rinuncia alla conoscenza di sé, conoscenza che avrebbe in ogni caso la forma della convinzione.

Si può intendere un tentativo di questo genere quello agito dal protagonista dell'altro dramma scelto, Enrico IV di Luigi Pirandello. Ma la stretta lingua che separa la rinuncia all'identità da quella alla vita si percorre in breve tempo, senza quasi accorgersene.

Note: 
la traduzione del passo tratto dall'atto V del Riccardo II di W. Shakespeare è stata realizzata dall'autore sulla base del testo in lingua originale consultabile al seguente link: http://web.archive.org/web/20080830114449/http://etext.lib.virginia.edu/toc/modeng/public/MobRic2.html


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