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GLI ULTIMI E I PRIMI・NINA BERBEROVA

 
Il dopo la Rivoluzione di Ottobre è più o meno noto a tutti. La vita dopo la Rivoluzione, questa sembra poco accessibile, sfumata. La deduciamo dagli ingredienti - sì, come una pietanza; ma ogni pietanza, per quanto prevedibile, resta sempre un po' nascosta. Aspetta che la si assaggi. Un assaggio di quella vita dopo è ciò che offre Nina Berberova col suo primo romanzo, Gli ultimi e i primi, uscito a puntate nel 1930. 

La caduta di qualcosa di grande termina in infiniti frantumi. L'impatto col suolo sprigiona un'energia violenta, che si lancia da ogni parte. Un'energia fino ad allora ignota ai più distratti, temuta dai più accorti, benedetta da chi non osava quasi più sperarla. Vai, tocca a te! - sembra dirgli. Ma, a volte, si dimenticano di chiederle dove. È la ricerca di questo dove a determinare l'angoscia che si nasconde fra gli intrecci di domande, brividi, pallori - tipicamente russi, mi verrebbe da dire - dei personaggi del breve romanzo. 

Settembre 1928, Provenza. È qui che una colonia di emigrati russi sta costruendo la sua nuova vita. Alla porta dei Gorbatov si presenta uno di quelli che al richiamo avevano risposto, senza esser poi riusciti ad impedire che all'Impero distrutto si sostituisse il suo riflesso capovolto. Sta tutta qui la linea che separa gli ultimi dai primi: gli uni non si arrendono all'evidenza di un sogno concluso, gli altri ne fuggono la sterilità. 

Negli uni si leggeranno tutte le paure e le inquietudini che gli stanno accanto mentre guardano il baratro, la confusione che li avvolge quando lasciano che sia la vita, adesso, a dar comandi; negli altri, un timore celato sotto mille veli - sta al lettore dare un nome a questo timore -,  l'ansia di chi sa che, iniziata la corsa, non può più fermarsi.

Non soltanto un contrasto generazionale. Padri, figli, amori trascorsi fanno i conti con quello che è il maggior trauma per una pianta: il travaso - solo che per loro non c'è nessun vivaista premuroso. Accettare. La sconfitta, il fallimento, lo sguardo che passa oltre, che tende le mani a quelle di un altro. Accettare: una violenza per chi è pieno di vita; una degna sepoltura da dare al passato per il saggio, o per chi prova ad esserlo.

Nel rispetto della turbolenza degli animi che è forse uno dei tratti più caratteristici di una certa letteratura russa, la Berberova tesse un romanzo fatto di emozioni febbrili di cui è difficile disegnare i contorni, perché circondate da riferimenti mai troppo espliciti. Tutto avviene in una sorta di penombra, bisogna destreggiarsi, darsi da soli le risposte che servono.  Il lettore cala lentamente dentro la storia, in qualsiasi momento è libero di uscirne con addosso soltanto poche gocce. Non si può negare però la sensazione, giunti all'ultima pagina, di esser tornati da un altrove di cui si conserverà un ricordo che difficilmente non si tornerà ad interrogare, né l'intensità della scrittura, la carica dei colori. 

Altra cosa rispetto ai gusti più recenti, inclini a mettere sotto gli occhi qualcosa di pronto in tutte le sue parti. Una lettura breve, ma che chiede il suo tempo.

Autore: Nina Berberova
Casa Editrice: Passigli Editori
Traduzione di: Silvia Sichel
Numero pagine: 126
Prezzo: €12,00





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